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Quando i Gesuiti vennero soppressi perché difendevano gli indigeni

Era il 21 luglio 1773 quando, con la lettera “Dominus ac Redemptor”, il pontefice Clemente XIV sancì la soppressione della Compagnia di Gesù. 

In quel tempo la Compagnia contava circa 23mila membri in 42 Province, ed era in grande espansione soprattutto nelle zone dove difendeva gli indigeni dalla brutalità dei colonialisti. 

Il perché di quella soppressione è ancora oggi oggetto di dibattito fra gli storici. 

In un articolo pubblicato su “Avvenire” è scritto: «Fu un gesto estremo, un segno di “resa” (come lo definì lo storico Ludwig von Pastor) per compiacere le antigesuitiche corti borboniche (e con esse i giansenisti e il Portogallo del marchese di Pombal) o invece fu un atto di lungimiranza per salvare, nel solco del suo predecessore Benedetto XIV, il Papato e lo Stato della Chiesa nella sua libertà d’azione dalle ingerenze delle potenze cattoliche?».

Quest’ultima tesi è sostenuta dal francescano Isidoro Liberale Gatti, storico di formazione e da anni membro del Collegio dei penitenzieri apostolici della Basilica di San Pietro a Roma. Nel libro “Il conclave del 1769 e l’elezione di Clemente XIV” padre Gatti smentisce qualsiasi ombra in merito a una presunta ostilità di Papa Benedetto XIV nei confronti dei Gesuiti. 

Un altro tipo di analisi è quella di Claudio Ferlan, storico e ricercatore dell’Istituto Storico Italo-Germano (ISIG). Nel libro “I Gesuiti”, edito dal Mulino, Ferlan dimostra che furono proprio i Gesuiti a diffondere i documenti pontifici contro lo schiavismo e il colonialismo. Furono i Gesuiti a difendere i nativi dai soprusi e dalle violenze dei colonizzatori. E per questo i governanti fecero pressioni sul Papa per sopprimerli.

La guerra ai Gesuiti – ha scritto Ferlan – iniziò, infatti, non in Occidente ma in America Latina, a causa della loro ostilità allo schiavismo.

Una storia dettagliata di come e perché avvenne la soppressione dei Gesuiti è riportata in un dossier pubblicato dal sito www.uccronline.it

È spiegato nel dossier che, dopo la fondazione della città di San Paolo in Brasile, arrivarono dall’Europa colonialisti di vario genere. Il bisogno di manodopera a basso costo spinse i coloni ad organizzare delle “bandeiras”, cioè vere e proprie spedizioni per catturare e schiavizzare gli indigeni.

Questo avvenne proprio nel periodo in cui i padri gesuiti stavano promuovendo la loro opera di evangelizzazione presso gli Indios Guaranì.

Lo scopo delle missioni gesuite (chiamate “Riduzioni”) era quello di creare una società con le qualità e le caratteristiche della società cristiana europea, ma priva dei vizi e degli aspetti negativi.

In meno di tre generazioni gli indigeni delle “Riduzioni” ebbero un’enorme crescita. I nativi erano liberi da ogni servitù, vennero costruite chiese, scuole, case per gli orfani e per le vedove. Ogni famiglia riceveva un terreno, ereditario, che forniva il sostegno principale; le altre aree erano “proprietà di Dio” i cui frutti spettavano alla comunità.

I missionari introdussero nei villaggi nuove tecniche di agricoltura e di allevamento del bestiame, insegnarono elementi di architettura, scultura, pittura, incisione, poesia, musica, teatro, oratoria e scienze.

I Gesuiti migliorarono la lingua guaranì creando una scrittura con caratteri latini e produssero opere letterarie. Una buona parte degli indigeni fu alfabetizzata in guaranì, castellano e latino. Vennero stampati calendari, tavole astronomiche e spartiti.

Ma i colonialisti avevano bisogno di mano d’opera, così tra il 1628 e il 1631 ordinarono diverse incursioni nelle missioni del Guayrà catturando migliaia di schiavi. Vennero uccisi o schiavizzati almeno 60mila indios battezzati.

Quando Re Filippo IV, nel 1638, fu informato di ciò che stava accadendo, emanò un provvedimento con il quale permise ai Guaranì di usare armi da fuoco per la propria difesa.

Nel 1639 Papa Urbano VIII emise la Bolla pontificia “Commissum Nobis” in cui si condannava duramente il traffico e la schiavizzazione degli indigeni.

I padri gesuiti portarono la Bolla a conoscenza di tutti. Fu così che la Camera Municipale di San Paolo espulse i Gesuiti dalla città ed organizzò un’ulteriore spedizione contro gli Indios.

I colonialisti attaccarono gli indigeni l’11 marzo 1641. Nella battaglia di Mbororé i nativi si difesero e sconfissero gli schiavisti.

Questi fatti portarono all’espulsione violenta dei Gesuiti in Portogallo e in Spagna. La Spagna espulse ben cinquemila Gesuiti. La stessa decisione venne presa in seguito anche nel Regno di Napoli e nel Ducato di Parma.

A decretare l’espulsione dei Gesuiti furono il ministro Sebastiao José de Carvalho (Portogallo) e il conte Pedro di Aranda (Spagna), entrambi ferocemente ostili alla Chiesa cattolica.

Il conte di Aranda fece rinchiudere nelle carceri spagnole, lasciandoli morire, circa 180 Gesuiti provenienti dalle missioni.

Nel 1764 la Compagnia di Gesù venne abolita anche in Francia.

È singolare che sia stato Papa Francesco – il primo Pontefice gesuita – a convocare il Sinodo sull’Amazzonia. Forse è tempo di ridare dignità ai tanti martiri cristiani che sacrificarono la vita per opporsi agli schiavisti e ai colonialisti.

Antonio Gaspari

21 agosto 2019  Indietro

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